Lea Garofalo: un ricordo, a 10 anni dalla morte, per non dimenticare!

Lea Garofalo: un ricordo, a 10 anni dalla morte, per non dimenticare!

Lea Garofalo: un ricordo, a 10 anni dalla morte, per non dimenticare!

Cooperativa Ripari ha l’onore di  gestire, nel Comune di Trezzano sul Naviglio, una casa sottratta alla mafia intitolata alla memoria di Lea Garofalo, struttura dove gestiamo servizi di residenzialità temporanea per nuclei madre-bambino.

In occasione dell’anniversario della sua morte (avvenuta esattamente 10 anni fa) e per ribadire i valori promossi dalla Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, condividiamo un breve ricordo di una donna che ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia oltre alla forza di non piegarsi alla rassegnazione e all’indifferenza.

A dieci anni dalla morte della testimone di giustizia, uccisa dalla ‘ndrangheta il 24 novembre del 2009 a Milano per mano dell’ex compagno Carlo Cosco, Paola Teri, 24 anni studentessa di beni culturali e membro del presidio di Libera Lea Garofalo di Milano, racconta quei giorni del 2011 di mobilitazione giovanile che aveva coinvolto centinaia di studenti avvicinandoli per la prima volta all’antimafia. “In città in pochi conoscevano la storia di Lea. Eppure la uccisero in via Montello 6, un quartiere frequentato da tanti ragazzi”.

Oggi tutta Italia ricorda Lea Garofalo. È il 2002 quando entra nel programma di protezione insieme alla figlia Denise, avuta con l’ex compagno. In quell’anno racconta ai magistrati l’attività di spaccio condotta dalla famiglia Cosco e la faida interna tra questa e la sua famiglia che aveva potato alla morte del fratello Floriano Garofalo nel 2005. Con la figlia Denise si nasconde a Campobasso fino all’aprile del 2009 quando decide di uscire dal programma di protezione e di riallacciare rapporti con la sua famiglia a Petilia Policastro, il suo paese natale in provincia di Crotone. A Campobasso Lea Garofalo riesce a sfuggire a un tentativo di rapimento, ma è a Milano che, attirata in un agguato dall’ex compagno con la scusa di parlare del futuro della figlia, viene uccisa da Carlo Cosco e dai suoi complici. Il corpo di Lea viene poi portato a Monza, nel quartiere San Fruttuoso, dove viene dato alle fiamme per tre giorni.

“Nell’estate del 2011, due anni dopo l’omicidio, durante un raduno di Libera, insieme a tanti altri coetanei provenienti da più parti d’Italia, mi è capitato di leggere un articolo su un giornale siciliano che raccontava la storia di Lea. Così ho scoperto che omicidio e processo si svolgevano a Milano, nella mia città”. In poco tempo Paola si organizza e inizia a chiamare in raccolta altri giovani. La mattina dell’udienza quindici liceali saltano la scuola e si presenta in tribunale: “A motivarci è stata la voglia di non lasciare Denise da sola. Non potendo più fare nulla per Lea, la nostra preoccupazione è andata subito alla figlia, anche lei della nostra età, che aveva trovato il coraggio di testimoniare contro il padre. Come facevamo a lasciarla sola?”. “Il giorno prima delle udienze contattavo tutti miei contatti della rubrica per invitarli a partecipare al processo”, continua Lucia Rho, 26 anni, insieme a Paola una delle giovani che diede il via alla mobilitazione: “Ricordo che passavamo ore e ore sedute fuori dall’aula in attesa di entrare. Non avremmo mai rinunciato ad essere presenti. Volevamo a tutti i costi stare vicine a Denise. Le abbiamo scritto delle lettere che ha ricevuto tramite il suo avvocato. In due occasioni ci ha risposto: era felice del nostro sostegno”.

Quando si aprono per le porte del palazzo di giustizia per il processo di primo grado, l’aula del tribunale si riempie di parenti di Carlo Cosco. I giovani sono ancora pochi. Poi però di udienza in udienza la situazione si inverte: studenti, professori e amici scout invadono i corridoi del palazzo di giustizia. Un passaparola che risveglia un’intera città. “Milano si è accorta di avere la ‘ndrangheta in casa e che questa era capace di sparare”, ci tiene a precisare Paola. La presenza dei giovani liceali si fa sentire soprattutto quando il processo subisce una battuta d’arresto: nel novembre del 2011 il presidente della Corte viene nominato capo di gabinetto della neo ministra della giustizia Paola Severino. Tutto si arresta, dunque, fino alla nomina del nuovo giudice: “Fu una corsa contro il tempo – racconta Lucia –. Il timore era che si dovesse iniziare da capo, pure con le testimonianze. Non solo: la sentenza rischiava di essere pronunciata dopo l’aprile 2012, mese in cui scadevano i termini della custodia cautelare per gli imputati oltre i quali sarebbero potuti tornare in libertà”. Otto giovani, dunque, tra cui Lucia e Paola, si presentano sotto il palazzo di giustizia con striscioni per chiedere un’accelerazione del processo. Poco dopo l’allora presidente Livia Pomodoro interviene e fissa le udienze una dopo l’altra.

Il processo va avanti e questa volta, grazie ai giovani, riceve l’attenzione dei media. Fino in Cassazione quando i giudici confermano l’ergastolo a Carlo Cosco. La mobilitazione dei giovani non si arresta a fine processo: nel frattempo costituiscono il presidio di Libera dedicato a Lea Garofalo e iniziano a girare la scuole raccontando la storia di Lea. “La vicenda di Lea e Denise – parla Fabio Moliterni, un altro giovane del presidio – ha offerto la possibilità a noi ragazzi di crescere intellettualmente e come cittadini responsabili. La storia di Lea ci ha spinti a cercare di diffondere quello che avevamo capito ad altri, avvicinandoli così all’antimafia. Non si tratta di essere eroi ma semplicemente persone che pensano, che si fanno delle domande. In sintesi, che vedono, sentono, parlano”.

Da “Il Fatto Quotidiano” del 24 Novembre 2019

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