Tuo figlio vuole abbandonare la scuola?

Tuo figlio vuole abbandonare la scuola?

Tuo figlio vuole abbandonare la scuola?

Condividiamo un interessante articolo di Armando Toscano, psicologo e coordinatore del servizio presso il Polo Ulisse di Trezzano sul Naviglio , in cui, prendendo spunto da una dettagliata analisi del fenomeno dell’abbandono e dispersione scolastica, presenta Scuola Leggera e Scuola Bottega , un servizio per ragazze e ragazzi che presentino uno o più problemi connessi alla frequenza scolastica o all’orientamento al futuro.


Un salto nel vuoto

L’accesso al mercato del lavoro è affidato nella quasi totalità a percorsi che mescolano criteri antropologici a criteri giuridici, nel senso che si configura come un insieme di passaggi e rituali validi culturalmente e contestualmente in base a norme che sono in alcuni casi sancite per legge, in altri sono invece usanze. Ciò che è certo è che non esiste un canale univoco, istituzionale, che porti un giovane o una giovane a un posto di lavoro, benché lo sforzo per creare esperienze precoci di incontro tra i mondi della Scuola e quello del Lavoro siano stati ampi negli anni passati, come dimostrano l’Alternanza Scuola-Lavoro e i tirocini curriculari.

Uscire da un percorso formativo e incamminarsi verso il proprio lavoro è per molte e molti un vero e proprio salto nel vuoto, che prescinde dal proprio titolo di studio: i dati Almalaurea dimostrano che a un anno dalla laurea, solo il 44.9% dei soggetti lavorano, e che di questi la maggior parte prosegue i lavori (meglio, i lavoretti) che svolgeva da studente, e infatti solo il 56.2% ritiene la propria laurea efficace per il proprio lavoro; la situazione migliora con il procedere degli anni. Lo stesso vale per chi ha svolto un dottorato, che è il massimo grado di formazione: solo a sei anni dal conseguimento del titolo, lavora il 93.8% (Istat). L’occupabilità dei diplomati, secondo i dati del MIUR, era nel 2016 del 49.5% per gli Istituti Tecnici e del 62% per le Scuole Professionali, ma anche in questo caso, per raggiungere buoni numeri bisogna tenere in considerazione i due anni successivi al diploma o alla qualifica ricevuta.

Il gioco non vale la candela

In particolare, ad allarmare sono i numeri di quanti deviano dal sentiero e si perdono, ossia i numeri di quei ragazzi che non stanno facendo fatica ad avanzare nel canale, ma che da quel canale sono usciti del tutto: secondo i dati di OECD, nel 2019, infatti, erano pari al 21.6% il numero dei giovani (maschi) tra i 15 e i 29 anni che né studiava né lavorava, la percentuale più alta in Europa.

L’esodo di giovani dal sistema scolastico, formativo e lavorativo accade perché solo il 62.2% delle persone tra i 25 e i 64 anni in Italia ha il diploma (Istat), contro il 78.7% nell’Unione Europea, il che significa che una parte importante di chi sta frequentando una scuola (il 13.5%) a un certo punto molla la presa; di chi abbandona precocemente gli studi, solo il 35.4% trova lavoro.
L’abbandono scolastico è indicato dal MIUR come la percentuale di persone tra i 18 e i 24 anni che hanno concluso gli studi al livello del Liceo, Istituto Tecnico o Istituto Professionale, scegliendo così di non proseguire la formazione, anche se questa definizione distorce la realtà. L’ong Mani Tese, in seno a un progetto finanziato da Fondazione con i Bambini, ha creato delle cartoline che aiutano a orientarsi tra i termini tecnici che definiscono il fenomeno, distinguendo:

  • povertà educativa – condizione in cui un bambino o un adolescente si trova privato del diritto all’apprendimento in senso lato;
  • abbandono scolastico precoce – riguarda i giovani che lasciano gli studi con la sola licenza media;
  • dispersione scolastica – insieme dei comportamenti che causano rallentamenti del percorso di studi e mancati apprendimenti;
  • disagio scolastico – è uno stato emotivo che si manifersta attraverso comportamenti disfunzionali, che non permettono di vivere adeguatamente le attività di classe e di apprendere con successo.

Tenendo conto dell’abbandono scolastico inteso in questo senso, secondo Eurostat la situazione italiana è mediamente compromessa, con regioni virtuose come l’Abruzzo (7.4%) e l’Emilia-Romagna (9.9%), intermedie come la Toscana (10.9%) e la Lombardia (12%), regioni in affanno come la Puglia (18.8%) e la Campania (19.1%) e regioni compromesse come la Sicilia (20.9%).

Le statistiche del MIUR analizzano nel dettaglio il percorso dall’inizio alla fine della Scuola Secondaria di I e di II Grado (Scuole Medie e Scuole Superiori); nel primo caso, risulta che di 1.703.000 alunni che hanno frequentato l’inizio dell’anno scolastico 2016/2017, 6.244 (lo 0.37%) hanno interrotto la frequenza durante l’anno, mentre 5.586 (lo 0.32%) ha abbandonato durante l’estate non ripresentandosi all’anno successivo; complessivamente, l’abbandono scolastico nella Scuola Secondaria di I Grado è stato dello 0.69%, più marcato per i ragazzi che per le ragazze, nelle Isole e nel Sud che al Nord.

Dei 559.312 alunni che hanno frequentato l’intero terzo anno di scuola media, l’1.45% non si è iscritto al grado successivo. Passando alle Scuole Secondarie di II Grado, nel primo anno di corso l’abbandono è stato dell’1.8% in corso d’anno, del 4.4% tra il primo e il secondo anno (per un totale del 6.2%), mentre si attesta su una media del 3.7% negli anni successivi.
Nel lavoro di Mani Tese, viene presentata una cartolina riassuntiva di come i diversi versanti del fenomeno si intreccino, a formare una scena organica e preoccupante: l’abbandono scolastico è la parte visibile del fenomeno, mentre il disagio scolastico è lo sfondo, quello che in termini tecnici viene definito un fattore predisponente, e la dispersione scolastica è l’innesco del processo che confluirà nell’abbandono.

INVALSI distingue la dispersione scolastica in esplicita (quando riconoscibile ed evidente) e in implicita (quando non ci sono segni evidenti di dispersione, ma i livelli raggiunti in literacy e numeracy, ossia in italiano e matematica, non sono ottimali).

In questo senso, preoccupano i dati 2018 dell’indagine PISA, secondo la quale gli studenti economicamente avvantaggiati hanno ottenuto risultati migliori, rispetto a quelli svantaggiati, di 75 punti in lettura, e sempre lo status socio-economico spiega l’11% della variazione del rendimento in matematica e il 9% del rendimento in scienze.

I servizi esistenti

In Italia esistono diverse impalcature che cercano di creare passerelle agevolate per consentire il passaggio dal mondo della formazione a quello del lavoro: per citarne alcune, esistono i Centri per l’Impiego, strutture pubbliche coordinate dalle Regioni o dalle Province Autonome che favoriscono l’incontro tra domanda e offerta di lavoro; esistono i Servizi di Inserimento Lavorativo, che operano a livello comunale e sostengono le persone con disabilità o con un background socio-economico difficile.

Ciò che accomuna la maggior parte di queste esperienze, è il ricorso alla logica del matching, ossia dell’incontro tra un bisogno e un’opportunità corrispondente; l’idea sottostante a questo modo di concepire il mercato del lavoro è che da un lato vi sia una persona fragile che esprime una naturale tensione all’occupazione, e dall’altra un bisogno di manodopera e aiuto, ossia che i due lembi della frattura necessitino di essere riavvicinati affinché possano rinsaldarsi.
L’esistenza stessa dei NEET e la loro testimonianza, tuttavia, rivelano una prospettiva diversa da quella presa in considerazione, su cui si fondano i servizi: ad esempio, molti evitano il mercato del lavoro in quanto lo ritengono un luogo squalificante (Reiter e Schlimbach, 2014), o perché affogano in narrative auto-sabotanti (Romaioli e Contarello, 2019), insomma non si deve scadere nell’idea che la totalità delle persone che non studiano e non lavorano si siano smarrite e necessitino solo di qualcuno che mostri loro la strada.

La mano tesa istituzionale per molte di queste persone crea una forte ambivalenza, in quanto è proprio la capacità delle istituzioni di mantenere una promessa quella di cui diffidano (Alfieri et al., 2015); spesso, è la stessa scuola il luogo in cui il patto psicologico di fiducia viene rotto, essendo spesso la scuola un luogo di riproduzione, più che di risanamento, delle disuguaglianze sociali (UNICEF), e così anche le policy adottate rischiano di perpetuare la disuguaglianza invece di ridurla (Mozzana, 2019).

Nel dibattito europeo sull’orientamento professionale è da qualche lustro che non si parla più di matching, ma di life design: l’ideatore del concetto, Mark Savickas, mette al centro l’idea che le persone costruiscano la propria autobiografia barcamenandosi tra scelte di vita il cui esito quasi mai è certo all’inizio, e che a volte possono anche concludersi in un nulla di fatto, nel tenere chiusi nel cassetto i propri sogni, nel rinunciare a un progetto; è quando l’impasse si fa troppo grande, come nel caso dei NEET, che ha senso un intervento professionale, per ridare senso a quanto si è portato avanti fino a quel momento in termine di scelte, sbagliate o giuste che si siano rivelate, e restituire alle persone le competenze per fare breccia nei tanti diaframmi che impediscono la mobilità sociale.

Tuttavia, l’approccio dominante in Italia è ancora quello della colpevolizzazione e del giudizio: il messaggio che molti servizi-ponte danno ai giovani è “Se non lavori è perché non hai voglia”, o “Basta un po’ di impegno per farcela”, senza tenere conto delle oggettive barriere sociali.

Per quanto concerne, invece, i servizi di prevenzione dell’abbandono scolastico, di solito le istituzioni scolastiche non propongono più dello Psicologo Scolastico, che però fa attività di sportello, ossia è lo studente o la studentessa in difficoltà a doversi rivolgere e portare il problema; in alcuni casi di disagio scolastico viene attivato un affiancamento educativo, facendo però quasi sempre confusione tra il piano educativo e quello didattico, per cui ci si ritrova con un educatore a svolgere un lavoro che non è di sua pertinenza, ovvero il sostegno, scorporando il resto del vissuto dello studente: quest’ultimo caso è deleterio, in quanto innesca un circolo vizioso in cui più si lavora sulla didattica, più lo studente si allontana sfiduciato.

Scuola Leggera e Scuola Bottega

I progetti Scuola Leggera e Scuola Bottega, coordinati da Armando Toscano, sono nati nel 2018 come sperimentazioni presso il Polo Ulisse, spazio sequestrato alla mafia del Comune di Trezzano sul Naviglio, dato in gestione alla Cooperativa Ripari.

Si tratta di un servizio per ragazze e ragazzi che presentino uno o più problemi connessi alla frequenza scolastica o all’orientamento al futuro.

Di solito si tratta di giovani che hanno mostrato difficoltà di permanenza nella scuola, che hanno iniziato con la crescita a tradursi in bigiate e assenze sempre più frequenti; in alcuni casi, quando mandati a scuola forzatamente questi ragazzi si comportavano come leoni in gabbia, litigando con tutti, soprattutto con gli insegnanti, senza alcun timore reverenziale, nemmeno per il preside; in altri casi, invece, rimanevano in silenzio e in un angolo, arrivando a sperimentare veri e propri attacchi di panico, dei quali si vergognavano moltissimo.

Alcune volte i ragazzi arrivano a noi alle prime avvisaglie, altre invece il problema è ormai scoppiato.

Il percorso di Scuola Leggera viene attivato solitamente quando il ragazzo o la ragazza sta ancora frequentando la scuola e non si è ancora ritirato, quasi sempre si tratta della terza media o del primo anno delle superiori. Il percorso di Scuola Bottega, invece, viene attivato quando il ragazzo o la ragazza ha già abbandonato la scuola e non vuole al momento saperne di ritentare.

Nel primo caso, la segnalazione arriva dalla scuola (raramente) o dalla famiglia, che non sa più a chi aggrapparsi per risolvere una situazione che sembra davvero sfuggita di mano. Noi incontriamo tutti gli attori importanti, quindi insegnanti, la famiglia e soprattutto i ragazzi, parliamo con ciascuno di loro e ricostruiamo il quadro della frattura avvenuta tra giovane e scuola. Dopo questa fase preliminare di analisi del bisogno, si prendono accordi con tutti per riprendere, subito o gradualmente, con la frequenza scolastica, alternandola alla frequenza presso il Polo Ulisse: infatti, il percorso di Scuola Leggera si compie di mattina, due volte a settimana, sia per riconoscere pari dignità tra la nostra proposta e quella della scuola, sia perché una frequenza di tre mattine a settimana rispetto a cinque è una prima fonte di sollievo per il giovane. Inizia così un percorso di graduale riavvicinamento alla scuola, che passa attraverso la rielaborazione delle esperienze negative da cui sono nati i problemi, il recupero dell’autostima e la costruzione di sinergie con la scuola, affinché esperienze come interrogazioni e verifiche non diventino traumatiche, ma momenti di riconoscimento di un impegno.

Nel secondo caso, invece, la segnalazione arriva dalla famiglia o dai Servizi Sociali, dato che l’abbandono scolastico comporta la segnalazione alle Forze dell’Ordine. L’iter dell’analisi del bisogno è lo stesso, ma la proposta cambia: si opta per un instradamento verso esperienze che maggiormente aiutano a prefigurarsi il futuro, come tirocini, esperienze di volontariato, il tutto sotto la guida esperta di educatori che aiutano i giovani nella rielaborazione delle esperienze. Non basta prendere un ragazzo e mandarlo in giro a distribuire CV perché questo capisca cosa vuole fare; bisogna che questo momento sia accompagnato da un’attribuzione di senso, che non si trasformi nell’ennesima attività vuota, altrimenti l’instradamento verso la condizione NEET diventa molto probabile. Di solito, quando li portiamo a sperimentare i primi tirocini o il primo volontariato, emergono da subito difficoltà nel confronto con le figure adulte; per questo selezioniamo i professionisti e le associazioni che li accolgono con attenzione, affinché la miccia del conflitto non si accenda subito; in questo modo, le stesse difficoltà iniziali diventano lo spunto per un lavoro di rinforzo a un migliore adattamento e a maturare migliori capacità di negoziazione e comunicazione. Da lì in poi bisogna attendere, con pazienza. È importante mantenersi in attesa che sia lo stesso ragazzo o ragazza a volersi rimettere in gioco. Se non li forziamo, se riusciamo a interessarci innanzitutto a loro e a come stanno, e non al loro successo, di solito l’esito è buono.

Ad accomunare i due percorsi c’è una riflessione di fondo: tenendo conto dell’evidenza empirica consolidata secondo cui sono gli interventi intensitivi e multi-componenziali a svelare maggiormente la propria efficacia (Mawn et al., 2017), e serve un approccio territoriale (Tach, Dunifon e Miller, 2020), il lavoro che svolgiamo in Scuola Leggera e Scuola Bottega è centrato interamente sul costruire una bella relazione con i ragazzi, affezionandoci a loro, alle loro famiglie e alle loro storie di vita.

Tutto parte da lì, dal rispettarli, dal non giudicarli, dal condividere lo sguardo spaesato sul mondo e iniziare, da lì, a rimettere insieme i pezzi.


Contatti

Si può accedere ai percorsi di Scuola Leggera e Scuola Bottega attraverso tre canali:

  • privatamente, tramite una retta agevolata (qui il tariffario);
  • tramite i Servizi Sociali, condividendo un progetto comune;
  • tramite la Tutela di Minori.

Per saperne di più o per prendere un primo appuntamento gratuito potete scrivere ad armando.toscano@aclimilano.com, scrivere o telefonare al 366 1405036

PER SAPERNE DI PIU’ –> sfoglia le brochure di presentazione dei servizi

  • Scuola Bottega (laboratori pratici e orientamento al futuro lavorativo per adolescenti)
  • Scuola Leggera (didattica laboratoriale e sostegno alla frequenza scolastica per adolescenti)

Bibliografia

  • Alfieri, S., Marta, E., Marzana, D., Rosina, A., & Sironi, E.. (2015). Who are Italian “’Neets”’? trust in institutions, political engagement, willingness to be activated and attitudes toward the future in a group at risk for social exclusion. Rivista Internazionale Di Scienze Sociali, 3, 285–306.
  • Lockyer, C., & Scholarios, D. (2007). The “rain dance” of selection in construction: Rationality as ritual and logic of informality. Personnel Review, 36(4), 528-548.
  • Reiter, H., & Schlimbach, T. (2015). NEET in Disguise? Rival Narratives in Troubled Youth Transitions. Educational Research, 57(2), 133–150.
  • Romaioli, D., & Contarello, A. (2019). “I’m too Old for …” looking into a self-Sabotage rhetoric and its counter-narratives in an Italian setting. Journal of Aging Studies, 48, 25–32.
  • Tach, L., Dunifon, R., & Miller, D. (2020). Confronting Inequality : How Policies and Practices Shape Children’s Opportunities. American Psychological Association.
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